
Con un po’ di fortuna è possibile imbattersi in un vecchio "cozzarulo" del Mar Piccolo che racconta ancora con trasporto e commozione una storia di tanti anni fa. Anni in cui per guadagnare pochi centesimi bisognava sottoporsi a quotidiani chilometrici viaggi su carrozze ferroviarie , adibite per lo più a trasporto merci e bestiame , stipate all'inverosimile, lerce e maleodoranti. Viaggi che dall’entroterra orientale della provincia riversavano sulle sponde del Mar Piccolo ( grazie ad una linea ferroviaria oramai quasi dimenticata ) manovalanza per il carico delle cozze e delle ostriche sui carri destinati ai mercati della regione. Naturalmente non tutti avevano la fortuna di guadagnarsi quelle poche lire ( o magari un po’ di molluschi e pesce da portare a casa la sera per la cena ). Per essere reclutati dai pescatori burberi ed esigenti bisognava essere forti e ( soprattutto ) intraprendenti. Il protagonista del racconto non era molto forte, ma dove non lo sostenevano braccia nerborute e gambe resistenti lo reggeva un cervello affilato e una gran sfacciataggine. Non a caso era conosciuto come “ U’ Mafrone “. Grazie al suo “saper fare” riuscì a garantirsi ben presto un posto fisso entrando nelle grazie di un pescatore e soprattutto nel cuore della sua bella figlia. E fu così che una mattina , passandosi una cesta, le loro mani finalmente si sfiorarono e il sentimento annunciato dai tanti sguardi furtivi scambiati in precedenza sbocciò definitivamente.
Ogni mattina alla buonora la piccola figlia del pescatore andava ad attendere il suo amato proprio sotto il viadotto nella foto. In quel punto il treno rallentava , grazie ad un macchinista compiacente , e gli aspiranti lavoratori avevano la possibilità di lanciarsi dai vagoni per iniziare una nuova giornata di lavoro. Tutte le loro giornate erano prodighe di sudore e sacrifici e avare di pause, in modo da poter racimolare quei pochi minuti da spendere assieme sotto al viadotto, in attesa che il treno ripassasse per riportare i lavoratori a casa.
La loro storia durò un’intera stagione alimentandosi d’amore e ( purtroppo ) di invidia. L’invidia di un amante respinto che mal sopportava che un misero scaricatore fosse il motivo del suo amore non corrisposto dalla bella figlia del pescatore.
E fu così che mani erose dall’invidia e dalla cattiveria elargirono un sinistro compenso a quelle avide e senza scrupoli di un macchinista.
L’ultima sera i due amanti si salutarono dopo essersi promessi sposi alla Basilica dei S.S. Pietro e Andrea. Sotto il viadotto “U’ Mafrone” saltò al volo sul vagone e salutò la sua bella con il solito reverente inchino con la coppola di tela sretta tra le mani. Fu il loro ultimo saluto. Arrivati alla fine dell’ultima curva, in vista delle prime casupole del centro abitato, “ U’ Mafrone “, perso nei suoi sogni d’amore , non si accorse che il treno anziché rallentare aveva accelerato. Raccolse il pesce destinato alla cena, si sistemò la coppola e si lanciò dal vagone.
La mattina dopo , quella seguente e quelle seguenti ancora la piccola figlia del pescatore lo attese invano al solito posto. Alla preoccupazione susseguirono speranza e disperazione. Nessuno aveva sue notizie. Nessuno lo aveva più visto da quella sera. Lo attese ogni mattina con la pioggia che dissolveva le sue lacrime. Lo attese ogni mattina con il sole che bruciava la sua ferita. Lo attese ogni mattina col freddo che le riscaldava il cuore . Lo attese per tanto tempo. C’è chi dice mesi. C’è chi dice anni. La sua sagoma inconfondibile , inginocchiata sempre nello stesso punto davanti al viadotto in cima al lieve pendio che scivolava sulle rotaie, era ormai diventata familiare ai pescatori ed ai lavoratori che transitavano nella zona.
Continuò ad attenderlo anche dopo che la ferrovia fu caduta in disuso , l’ultimo treno transitato da un pezzo e le erbacce ormai ingoiato i binari.
Si racconta che lo attese così tanto che sulla colonna del viadotto è ancora possibile rintracciare la sua sagoma, il negativo della sua ombra proiettata dal sole per tutto quel tempo.
Fino a quando un giorno, semplicemente, non la videro più.
Il vecchio “cozzarulo” è convinto che ancora adesso, a distanza di anni ( tanti anni ) continuino a darsi appuntamento al solito posto. Sotto al viadotto. E che in particolari notti ( quelle a ridosso delle prime abbondanti piogge di autunno, quando i “citri” riprendono a dispensare alacremente acqua dolce nel Mar Piccolo ) , grazie alla luce dispensata dalla luna , è possibile scorgere due ombre sulla base della colonna del viadotto, in cima al lieve pendio. Le ombre di due giovani amanti che si tengono per mano.
Dove finisce la storia e dove inizia la leggenda ?
Non si sa. Quello che si sa invece è che i posti descritti in questa piccola storia triste e romantica esistono davvero, e sono a due passi dalla punta del nostro naso.

Mi è bastato poco per scoprirli , respirare aria pulita e tornare indietro nel tempo.
E’ bastata una bici nuova e un paio di giorni spesi in giro sulla “ circummarpiccolo “. Una sala e ricostituente pedalata , lasciandosi alle spalle l’eterno cantiere della nuova IPERCOOP e abbarbicandosi ben presto sui pendii che allontanandosi dal mare mi hanno permesso di scoprire posti di cui ( mi vergogno ? ) ignoravo l’esistenza e che mi hanno per l’ennesima volta fatto riflettere sulle enormi , inespresse potenzialità della nostra amata e martoriata città.
Sentieri, Ulivi, Sole, Mare, Monasteri, Basiliche, Paludi, Natura. Cos’è, la pubblicità del parco nazionale della Majella ? Di un’area faunistica del Trentino ?

No, stiamo parlando della CIRCUMMARPICCOLO, recentemente ( tristemente ) risalita agli onori della cronaca come ricettacolo di prostituzione e scenario di abusi edilizi. Una zona in cui a breve distanza di pedale è possibile passare da una Basilica sorta nel 1392 sulle ceneri di un’antica villa romana ( la basilica dei SS Pietro e Andrea, recentemente ristrutturata con la masseria che la contiene trasformata in zona turistico - ricettiva di lusso )

al viadotto della storia di cui sopra. Scendendo a lambire il mare e i suoi due seni, spingendosi fino alla foce del fiume CERVARA e al monastero dei Battendieri ( così chiamati perché nelle acque del CERVARA si preparavano e “battevano” i panni destinati alla realizzazione dei sai per i frati ) fino a sostare alla palude “ LA VELA” , oasi del WWF , ad osservare cormorani, chiurli, fenicotteri, falchi di palude e gru.
Una CIRCUMPEDALATA davvero ricostituente da consigliare a tutti. E chissà che non la si possa fare insieme, cogliendo magari l’occasione per promuovere interventi per la valorizzazione e la promozione della CIRCUMMARPICCOLO.
Una sana occasione per far capire ai Tarantini quanto fortunati e stolti siano. Se qualcuno di dovesse trovare interessante l’iniziativa, si facesse sentire.
Tutti insieme per una CIRCUMPEDALATA in autunno, quando i Citri riprendono a dispensare alacremente acqua dolce nel Mar Piccolo.
p.s. PER LA SERIE " ANCHE QUI' E' ARRIVATA LA CIVILTA' " :